Donne che corrono coi lupi

Alcuni libri sono fatti per essere ricordati, tenuti in evidenza in libreria, per poterli rileggere ancora ed ancora, e anche per poterli regalare.

Ci sono libri che non riesco a conservare a lungo in casa perché, come ne parlo con qualcuna che ritengo possa apprezzarli, mi vengono immediatamente chiesti in prestito ed escono da casa mia insieme alla nuova lettrice.

“Donne che corrono coi lupi” è uno di questi.

La lettura di “Donne che corrono coi lupi” mi ha incontrata e stregata negli anni 2000, attirata dai molti racconti popolari, miti e fiabe che l’Autrice vi presenta e analizza, e che io reputo un prezioso patrimonio da ricordare e conservare.

Il mito chiave di questo incontro con le profonde realtà della psiche femminile, è quello della Donna Selvaggia, quella più naturale, istintiva e ancestrale.

Clarissa Pinkola Estés ci racconta i miti vivendo un doppio ruolo: psicologa e studiosa di etnologia, ma anche una cantastorie, una “cantadora”, secondo la definizione della sua stirpe ispano-messicana.
Utilizza le storie durante i colloqui terapeutici con le sue pazienti, confrontandole con le loro realtà fisiche e memorie corporee per riportare alla consapevolezza le loro verità, attraverso domande specifiche e spiegazioni di fiabe, miti, racconti popolari.

Nel senso più antico, le storie sono un’arte curativa, sono come medicine. Attraverso tre chiavi l’Autrice «maneggia energia archetipica», quella che porta ai cambiamenti.

La prima è “lasciar fare”, cioè la disponibilità con cui la nostra parte conscia deve accogliere le manifestazioni inconsce, di norma ignorate dalla parte razionale.
La seconda è “considerare con attenzione”, quindi la necessità di prestare attenzione ai significati nella loro autenticità, senza ridurli a schemi convenzionali già conosciuti.
La terza è “spiegarsi con”, indica riuscire a comprendere e spiegare i contenuti inconsci emersi, che si possono manifestare in varie forme: visiva, uditiva o creativa.
Questa tecnica consiste nel fare in modo che la persona possa instaurare un dialogo reale con il proprio inconscio, semplicemente accettando (ossia lasciando fare), registrando (ossia considerando con attenzione), interrogando e rispondendo (ossia spiegandosi con) a quanto emerge dalla propria interiorità.

In questo modo ciò che risiede inascoltato in profondità dentro di noi non sarà più un inquietante estraneo che ci tormenta, ma prenderà una forma familiare con cui poterci confrontare e riconoscere.

Ed i miti proposti da Clarissa: La Donna Selvaggia, La Lupa, Barbablù, La Piccola Fiammiferaia, Vassilissa o il Brutto Anatroccolo e tutte le altre, sono gli archetipi dove poter ritrovare e ritrovarci, a volte con gioia, altre con dolore, nella profonda oscura valle della nostra femminilità troppe volte inespressa.

Attendo l’effetto del vostro incontro con questo libro, che vi suggerisco di approcciare in piccole dosi, lasciando alle parole tutto il tempo necessario di fare il loro lavoro. Buona lettura.

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