FRIDA mon amour

Se passate da Milano vi consiglio una mostra da non perdere:

a partire dal 1° febbraio e sino al 3 giugno 2018 il MUDEC-Museo delle Culture di Milano celebra Frida Kahlo (1907–1954) con una grande e nuova retrospettiva. Un’occasione per vedere in un’unica sede espositiva tutte le opere provenienti dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacques and Natasha Gelman Collection, le due più importanti e ampie collezioni di Frida Kahlo al mondo, e con la partecipazione di autorevoli musei internazionali che presteranno alcuni dei capolavori dell’artista messicana mai visti nel nostro Paese.

La Mostra si chiama “Frida oltre il Mito” e in verità se non avete mai avuto occasione di incontrare questa artista messicana, pittrice, femminista, attivista politica, innamorata della vita e dell’amore, nelle sue produzioni pittoriche o nei numerosi film che l’hanno raccontata (ad esempio il bellissimo FRIDA di Julie Taymor interpretato da Salma Hayek), questo è il momento migliore per conoscerla.

Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón nasce da genitori ebrei tedeschi emigrati dall’Ungheria a Città del Messico il 6 luglio del 1907, anche se lei dichiara di essere nata nel 1910, con la rivoluzione messicana.

Sin da piccola ha gravi problemi di salute. La poliomielite a 6 anni, che le danneggia piede e gamba destra, e un terribile incidente a 21 anni: l’autobus su cui viaggia per tornare a casa dopo la scuola, si scontra con un tram.

Frida rimane tra le aste metalliche del tram. Il corrimano si spezza e la trapassa da parte a parte l’addome. Si frattura la terza e la quarta vertebra lombare, oltre al bacino e al piede destro. Dovrà portare il busto per gran parte della vita, e in completo riposo a letto per almeno 2 mesi dopo le dimissioni dall’ospedale.

«Da molti anni mio padre teneva una scatola di colori a olio, un paio di pennelli in un vecchio bicchiere e una tavolozza. Chiesi a mio padre di darmela…Mia madre fece preparare un cavalletto, da applicare al mio letto, perché il busto di gesso non mi permetteva di stare dritta. Così cominciai a dipingere il mio primo quadro». La madre, Matilde, poi trasforma il letto di Frida in un letto a baldacchino e ci monta sopra un enorme specchio, in modo che la figlia, immobilizzata, possa almeno vedersi.

Nascono i primi autoritratti che ce la ricordano, con i suoi occhi sovrastati dalle sopracciglia scure, particolarmente marcate, che si uniscono alla radice del naso come ali d’uccello, e le rappresentazioni del suo corpo tormentato che hanno  tanto colpito l’immaginario collettivo: «Dipingo me stessa perché trascorro molto tempo da sola e perché sono il soggetto che conosco meglio – La mia pittura porta in sé il messaggio del dolore».

Con queste rappresentazioni Frida infrange i tabù relativi al corpo e alla sessualità femminile. Diego Rivera, suo futuro marito, dirà di lei «la prima donna nella storia dell’arte ad aver affrontato con assoluta ed inesorabile schiettezza, in modo spietato ma al contempo pacato, quei temi generali e particolari che riguardano esclusivamente le donne».  Via via che i mesi passano, cresce in Frida la consapevolezza della propria arte, mentre, con pazienza e coraggio la sua vita riprende.

Nel 1928 Frida si unisce ad un gruppo di artisti e di intellettuali che sostengono un’arte messicana indipendente, lontana dall’accademismo e legata all’espressione popolare: il mexicanismo, che esprime nei grandi murales le lotte sociali di un intero popolo al fine di raccontare la storia nazionale anche alla grande massa analfabeta.

Frida, per esprimere idee e sentimenti, crea un proprio linguaggio figurativo; il mondo contenuto nelle sue opere si rifà all’arte popolare messicana e alla cultura precolombiana: vi sono, infatti, immagini votive popolari, raffigurazioni di martiri e santi cristiani, ancorati nella fede del popolo; negli autoritratti, inoltre, Frida si rappresenta quasi sempre in abiti di campagna o con costume indio. Del Messico, poi, ritroviamo, nelle opere di Frida, la flora e la fauna, i cactus, le piante della giungla, le scimmie, i cani itzcuintli, i cervi e i pappagalli. 

Frequenta intellettuali e politici di sinistra, intraprende relazioni sentimentali con esponenti di entrambi i sessi, finché la sua amica ed amante Tina Modotti le presenta un simbolo del Messico: Diego Rivera, pittore e muralista molto famoso, già due volte sposato e padre di quattro figli, più vecchio di lei di oltre 20 anni. Dopo un anno si sposeranno. Il matrimonio durerà pochi anni, ma la segnerà per la vita. Diego è troppo di tutto: troppo artista, troppo libertino, troppe donne e troppi figli. Frida non può dargliene a causa dei danni fisici causati dall’incidente. Ma l’incontro con il marito le apre un mondo di lotte e di pensiero.

Frida si dedica con slancio alla vita politica. Nel 1936 in Spagna scoppia la guerra civile e lei si impegna a distanza nella lotta per la difesa della Repubblica Spagnola, organizzando riunioni, scrivendo lettere, raccogliendo viveri di prima necessità, pacchi di vestiti e di medicine per inviarli al fronte.
Nel 1937, poi, nella sua Casa Azul, ospita Lev e Natalja Trotskij, i quali sono in viaggio dal 1929, espulsi dall’Unione Sovietica.
Negli anni Quaranta, la fama di Frida è talmente grande che le sue opere vengono richieste per quasi tutte le mostre collettive allestite in Messico.

Dal 1943 insegna con altri artisti alla nuova scuola d’arte della pedagogia popolare e liberale: l’Esmeralda. Frida, per ragioni di salute, è presto costretta a tenere le lezioni nella sua casa. I suoi metodi sono poco ortodossi: «Muchacos, chiusi qui dentro, a scuola, non possiamo fare niente. Andiamo fuori, in strada, dipingiamo la vita della strada». I suoi alunni la ricordano: «l’unico aiuto che ci dava era quello di stimolarci….non diceva niente sul modo in cui dovevamo dipingere o sullo stile, come facevano altri… Ci insegnò soprattutto l’amore per la gente, ci fece amare l’arte popolare».

Ma il suo corpo non riuscirà a sostenerla ancora per molto. Altri interventi chirurgici, altri farmaci, sino a arrivare a presenziare ad incontri e mostre direttamente a letto, cantando bevendo e parlando con tutti, sfidando i limiti del suo corpo con la forza della sua arte.

Morirà nel 1954, a 47 anni, di embolia polmonare, nella sua Casa Azul.

Lascia una produzione vasta e complessa di opere, ricca e suggestiva, ma anche dura e feroce, come la sua vita.

Una vita vissuta con immenso coraggio, fuori dagli schemi e dalle regole, piena di amore e di fantasia, che con la chiave della creatività hanno saputo elevarla oltre la sofferenza e il dolore.

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